     p 40 .
Paragrafo 4 . Giordano Bruno.

     
Un copernicano a Londra.
     
Il carattere rivoluzionario del copernicanesimo trova una delle pi
alte  espressioni,  sul  piano filosofico, nell'opera  di  Giordano
Bruno.
     Quando  il filosofo italiano, nel 1583, giunge in Inghilterra,
dopo avere abbandonato l'Italia ed aver soggiornato a Ginevra e  in
Francia,  non  aveva pubblicato nulla di argomento cosmologico(21),
ma  ad Oxford e a Londra, presso la corte di Elisabetta prima, egli
parlava  di  Copernico e ne difendeva la teoria. Nel  febbraio  del
1584 Bruno fu invitato da un nobile inglese ad una cena, alla quale
avrebbe  fatto  seguito  una discussione sul copernicanesimo.  Quel
dibattito  fu  riportato da Bruno nei cinque  dialoghi  della  Cena
delle  Ceneri(22):  accanto alla difesa  della  teoria  copernicana
contro  l'aristotelismo  dei "dottori di  Oxford"  sono  introdotte
alcune critiche al copernicanesimo e gettate le basi per quella che
lo stesso Bruno chiama la "filosofia nolana"(23).
     Copernico   un grande ingegno, superiore a tutti  quanti  gli
astronomi  che lo hanno preceduto, molto superiore a  Tolomeo  e  a
quanti si sono mossi sulle sue orme, ed  riuscito a liberarsi  "da
alcuni presupposti falsi de la
     
     p 41 .
     
     commune e volgar filosofia"(24). Uomo degno di grandi lodi per
il suo coraggio, non tenendo conto della "stolta moltitudine", si 
tenuto  ben  saldo  in mezzo alla corrente di quanti,  legati  alle
vecchie credenze, tentavano di travolgerlo(25). Ma, aggiunge Bruno,
il discorso di Copernico  "pi matematico che naturale": rende pi
spedito  e  pi comodo il calcolo teorico, ma non riesce  ancora  a
fornire  l'esatta e "naturale" struttura dell'universo.  Affermando
il  moto della Terra, ha posto le basi per la rinascita della "vera
filosofia";  Copernico    l'aurora  del  nuovo  giorno  che   sar
illuminato dal Sole della "nolana filosofia"(26).
     
La "commune e volgar filosofia".
     
L'adesione all'aristotelismo dominante nella cultura ufficiale  non
si  basa,  secondo  Bruno,  sulla condivisione  della  dottrina  di
Aristotele,  ma sul conformismo. E' un po' come la storia  di  quei
due  mendicanti  ciechi  che,  sulla  porta  dell'Arcivescovado  di
Napoli,  sostenendo  di essere l'uno guelfo e  l'altro  ghibellino,
cominciano  a  prendersi  a  bastonate,  finch  un  uomo  da  bene
interviene  per  dividerli  e domanda loro  che  cosa  voglia  dire
"guelfo"  e che cosa "ghibellino": dei due, l'uno non sa rispondere
e  l'altro  dice che il suo padrone, al quale vuole molto  bene,  
ghibellino(27).
     Non  si  dica,  poi, - afferma Bruno - che la  sapienza  degli
antichi  superiore a quella dei moderni; chi adduce a prova  della
verit   delle  proprie  opinioni  il  fatto  che  esse   risalgono
all'antichit  e  sono  state condivise da  molti,  dimentica  che,
all'inizio,  quelle opinioni sono state "nuove" e, in quanto  tali,
in base a quel ragionamento, potevano ben essere false(28).
     Se  Copernico  non   riuscito a liberarsi  completamente  dei
pregiudizi  della  cultura  dominante  (ad  esempio,  rispetto   al
carattere  finito  dell'universo),  non    stato  certo  per   sua
incapacit,  ma  per una sorta di "sopravvivenza  psicologica"(29),
simile   a   quella  che  induce  Leonardo,  nelle  sue  dissezioni
anatomiche,  a  "vedere"  organi  e  particolari  inesistenti,   ma
descritti da Galeno ed Avicenna(30).
     
La sfera delle stelle fisse va in frantumi.
     
Se  la Terra sta immobile al centro dell'universo  necessario, per
spiegare il moto comune delle stelle, immaginarle come "inchiodate"
alla volta di una sfera, che con il suo movimento le trascina tutte
quante insieme; ma se, come sostiene Copernico, il movimento non  
del "contenente" (l'ultima sfera dell'universo)

p 42 .

bens  del  "contenuto"  (la  Terra e i  pianeti),  viene  meno  la
necessit di quell'ultima sfera e possiamo pensare le stelle  fisse
collocate in uno spazio infinito.
     Aver  tolto la Terra dal centro dell'universo e averla  dotata
di  movimenti  suoi  propri   una condizione  necessaria,  ma  non
sufficiente,   per  poter  pensare  l'universo  infinito;   bisogna
trasferire  -  sostiene Bruno - il discorso dal piano matematico  a
quello  fisico. Abbiamo visto che, nel pensiero antico,  effettuare
questa  operazione   estremamente difficile, se  non  impossibile,
perch  contrasta  con  l'esperienza e  con  il  senso  comune:  la
divisibilit  all'infinito, pensabile per i  numeri  infiniti,  una
volta  applicata alla realt fisica terrena impedirebbe ad  Achille
di raggiungere la lenta tartaruga(31).
     Nel   pensiero  antico  e  medievale  resta  sempre  viva  una
separazione netta e insuperabile tra cielo e Terra: il primo    il
mondo  dell'immutabile, della perfezione, delle forme  pure,  della
certezza e, in quanto tale, pu essere matematizzato, cio misurato
e  descritto con esattezza; la seconda  il mondo del mutevole, del
continuo   scorrere,  della  soggettivit  e   quindi   della   non
misurabilit, dell'incertezza, del pressappoco. Fino dai tempi  pi
antichi  gli uomini hanno misurato e calcolato i moti degli  astri,
previsto  le eclissi, descritto in termini matematici la  struttura
del  cielo, mentre le uniche misurazioni effettuate sulla Terra con
una certa precisione sono state quelle delle distanze; per il resto
ci   si   accontentava   di   grossolane  approssimazioni,   legate
all'instabilit  e  all'imperfezione  degli  oggetti   della   vita
quotidiana:  nessuna delle cose che ci circondano    riconducibile
alle  figure  della geometria; nel mondo sublunare non esistono  le
sfere  perfette  che  ruotano  in cielo;  su  questa  Terra  non  
rintracciabile il moto uniforme e misurabile dei pianeti; il  tempo
  scandito da giornate tutte diverse l'una dall'altra. In  estrema
sintesi  si  pu  dire che la concezione greca  del  divenire,  che
riduce  il  mondo  terreno a Non-essere, ne  rende  impossibile  la
matematizzazione.
     Il  pensiero  greco - scrive Alexandre Koyr  -  "non  ha  mai
voluto ammettere che l'esattezza possa essere di questo mondo,  che
la  materia  di questo mondo, del mondo nostro proprio,  del  mondo
sublunare possa incarnare degli esseri matematici (a meno  che  non
vi sia forzato dall'arte)"(32).
     L'infinito  pu  essere trasferito dalla matematica  al  mondo
fisico  solo  accettando, come fanno gli atomisti,  la  sostanziale
omogeneit  della  natura:  tutto  costituito  da  elementi  della
stessa  sostanza e quindi scompare, rispetto ad essa, la differenza
tra cielo e Terra, tra anima e corpo, tra uomini, animali, minerali
e di.
     
     p 43 .
     
L'insegnamento di Telesio.

"-  Dunque costantemente vuoi che non sia altro in sustanza l'anima
dell'huomo et quella de le bestie? et non differiscano  se  non  in
figuratione?
     - Quella dell'huomo  medesima in essenza specifica et generica
con  quella  de  le  mosche,  ostreche  marine  et  piante,  et  di
qualsivoglia cosa che si trove animata o habbia anima: come  non  
corpo  che  non  abbia o pi o meno vivace<mente> et  perfettamente
communicatione di spirito in se stesso"(33).
     Il  concetto  dell'uniformit della natura, della  sostanziale
omogeneit  di tutti gli esseri naturali, sostenuto da  Telesio,  
ripreso  e  sviluppato da Giordano Bruno. Non  c'  differenza  tra
l'anima dell'uomo e quella dell'ostrica marina o quella dell'asino.
Rispetto all'infinit dell'universo scompaiono le differenze tra un
uomo,  una stella e una formica(34); e solo accettando che un uomo,
una  stella  e  una formica abbiano eguale valore possiamo  pensare
l'universo infinito, in cui tutto, per l'eternit,  gi contenuto.
     
"Niente di nuovo sotto il Sole".
     
Ci  sono  alcuni  versetti dell'Antico Testamento, attribuiti  alla
saggezza  di Salomone, che dicono: "Tutto ci che  gi avvenuto  /
accadr  ancora; / tutto ci che  successo in passato /  succeder
anche in futuro. / Non c' niente di nuovo sotto il Sole"(35).
     Sono  versetti particolarmente cari a Giordano Bruno,  che  li
trascrisse  di proprio pugno sull'albo dell'Universit della  citt
di  Wittenberg, dove soggiorn dal 1586 al a1588, avendovi ottenuto
l'incarico di pubblico lettore di filosofia(36).
     L'idea del ripetersi ciclico, che, come abbiamo visto,  sta  a
fondamento della cultura del Rinascimento,  uno dei punti centrali
del   pensiero   di  Bruno,  che  vi  insiste  in   maniera   quasi
ossessiva(37). Ad essa  legato un altro importante tema, anch'esso
tradizionale nella filosofia classica: nulla si crea  dal  nulla  e
nessuna  delle  cose che sono pu diventare nulla.  Tutto  ci  che
esiste  eterno.
     Avendo  certamente presente l'epicureismo di  Lucrezio,  Bruno
afferma  che  possono cambiare le aggregazioni che costituiscono  i
singoli corpi, ma la loro "sostanza"  immortale, essendo la  morte
nient'altro che "divisione" e "congregazione": tutte le  cose  "non
possono essere altro che quel che sono state, n saranno altro  che
quel   che   sono,   [...]  e  solamente  accade   separazione,   e
congiunzione, o composizione, o divisione, o traslazione"(38).
     
     p 44 .
     
L'universo, oltre che infinito,  uno e immobile.

Riflettendo ancora sul fatto che nulla di nuovo pu essere  creato,
che  tutto  ci che sar  gi ed  gi stato, Bruno pu concludere
che,  mentre esistono molteplici possibilit di aggregazione  e  di
separazione  che danno vita ai singoli corpi, nell'universo  esiste
un'unica sostanza eterna, per la quale non sussiste distinzione fra
potenza  e atto: l'universo non pu divenire qualcosa che  non  sia
gi, perch in esso c' gi tutto, tutto  gi accaduto(39).
     Quindi non  pensabile un movimento al suo interno, perch  in
esso, che  gi tutto, non c' generazione o corruzione, crescita o
diminuzione(40).  Inoltre  l'universo  infinito,   proprio   perch
infinito,  non  ha niente al di fuori di s, quindi non  esiste  un
"luogo" verso cui possa spostarsi; pertanto l'universo  immobile.
     Le   conclusioni   che   Bruno  trae  sul   piano   metafisico
rappresentano la negazione totale del sapere tradizionale:  partito
dalla  concezione atomistica per affermare l'unicit  e  l'infinit
della  sostanza,  egli  non  si ferma a  un  materialismo  di  tipo
democriteo  o  lucreziano(41): l'unicit e l'infinit dell'universo
fanno   scomparire  le  differenze  fino  a  far   coincidere   gli
opposti(42).  Il  centro  non si differenzia  dalla  circonferenza,
tutti  i punti dell'infinito universo ne sono il centro: il  sapere
millenario  che  si  era strutturato sulla  certezza  di  punti  di
riferimento indiscutibili, che non poteva tollerare la sostituzione
del   Sole  alla  Terra  nel  centro  dell'universo,  non  pu  non
considerare  follia  l'idea  di  eliminare  addirittura  il  centro
dell'universo.
     
La necessit che i mondi siano infiniti.

Il  nostro  mondo,  la Terra,  una realt finita  come  gli  altri
mondi,   gli   astri  che  riempiono  il  cielo.  Ma  quale   punto
dell'universo infinito  occupato dal nostro mondo? Perch  proprio
questo  punto? Da che cosa  riempito l'universo? O  forse  esso  
vuoto? Bruno si pone queste domande in De l'infinito
 universo et Mondi,

p 45 .

scritto  nel 1584, lo stesso anno della Cena delle Ceneri e  De  la
causa, principio, et Uno.
     Per   rispondere   non      possibile   limitarsi   ai   dati
dell'esperienza sensibile e alle misurazioni e ai calcoli basati su
questi.  I  sensi  - afferma Bruno - devono essere sostenuti  dalla
ragione:  il senso  organo del finito, che non solo  incapace  di
"vedere" l'infinito, ma che, se lasciato a se stesso, pu rivelarsi
fallace anche nel campo del finito(43).
     Bruno   elabora   una  cosmologia  fondata  sul  ragionamento,
piuttosto che sull'osservazione, e in questo egli  lontanissimo da
quanti,  in  quegli stessi anni, stavano preparando o  attuando  la
Rivoluzione  scientifica. Le sue "prove", come egli stesso  scrive,
sono "sillogismi dimostrativi"(44).
     La  causa  dell'infinito universo  una e infinita,  tutta  in
atto  -  come  abbiamo  visto  - nel suo  effetto,  che    appunto
l'universo. Dio, che pervade di s ogni cosa,  questa causa, e  la
sua  potenza    infinita. Ma possono una potenza e  una  grandezza
infinita  realizzarsi in questo nostro mondo finito o in un  numero
finito  di  mondi  che, per quanto a noi possano apparire  vasti  e
grandissimi, rispetto alla "divina presenza non sono che un  punto,
anzi un nulla"(45)? Solo in un numero infinito di mondi finiti  pu
realizzarsi  l'infinita grandezza di Dio;   non  c'  ragione  per
credere che egli abbia voluto fare solo uno o pi mondi finiti.
     Il  fatto di essere infinito, secondo Bruno, toglie a Dio ogni
libert: "non pu essere tale quale non ; non pu essere altro che
quel  che  pu;  non  pu  volere  altro  che  quel  che  vuole;  e
necessariamente  non pu fare altro che quel  che  fa;  atteso  che
l'aver  potenza  distinta  dall'atto  conviene  solamente  a   cose
mutabili"(46).  Se  l'atto fosse determinato e finito  ("un  finito
universo,  con  questi  mondi  [che  sono  gli  astri]  di   numero
determinato")  anche  la potenza che in esso  si  realizza  sarebbe
"finita  e  determinata, [...] perch quale   l'atto,  tale    la
volont, tale  la potenza"(47).
     Negare il carattere infinito dell'universo, cio dell'effetto,
significa  negare  l'infinit della potenza divina,  che  ne    la
causa;  ma affermarlo vuol dire che Dio "non pu fare se  non  quel
che   fa":   la  sua  volont  non    libera,  coincide   con   la
necessit(48).
     
     p 46 .
     
     Bruno  si  rende perfettamente conto che questa sua concezione
dell'universo,  in  cui  libert e necessit  coincidono,  potrebbe
avere  ripercussioni  gravi  nel campo  della  morale,  soprattutto
presso  "gli rozzi popoli e ignoranti", che potrebbero ritenere  di
non  essere imputabili di colpe e peccati, perch anche  le  azioni
umane  sarebbero  dominate dalla necessit e quindi  verrebbe  meno
ogni  possibilit  di  libera scelta. Per questo  Bruno  loda  quei
"degni  teologi" che negano, davanti al popolo, le conclusioni  cui
egli  arrivato; ma negarle presso i sapienti  "scandaloso" perch
significa far torto alla grandezza ed eccellenza divina(49).
     Il  Dio  di  cui parla Giordano Bruno -  evidente -    molto
lontano  dal Dio della tradizione ebraico-cristiana. L'identit  di
potenza ed atto su cui insiste il filosofo parlando della divinit,
la  corrispondenza  tra  infinit divina e  infinit  dell'universo
fanno  escludere una qualsiasi forma di creazione, e tanto pi  nel
senso in cui la creazione  intesa nella Bibbia, cio una creazione
"dal nulla". Il Dio di Bruno  immanente, presente in tutte le cose
(Mens insita omnibus).
     D'altro  canto  Bruno non esclude una dimensione  trascendente
della   divinit:   riprendendo  un  principio  espresso   gi   da
Plotino(50), ipotizza Dio anche come Mens super omnia (Mente al  di
sopra  di tutto): ma in questo suo aspetto Egli  inconoscibile  ed
ineffabile.
     
Liberare i cieli dai mostri che li popolano.
     
Tra  i  dialoghi  che  Bruno scrive durante  il  suo  soggiorno  in
Inghilterra, lo Spaccio de la bestia trionfante (1584) e la  Cabala
del  cavallo  pegaseo  (1585) illustrano i  risvolti  morali  della
"filosofia  nolana". Nel primo, Bruno immagina  che  Giove,  con  i
capelli  ormai  bianchi, abbia messo la testa a  posto,  stanco  di
rincorrere de e ninfe, e, approfittando di un banchetto  convocato
per  festeggiare  l'anniversario della  sua  vittoria  sui  Titani,
rivolga  un  importante discorso a tutti gli  di:  -  Guardate  il
cielo:  esso   pieno delle testimonianze dei nostri errori,  delle
nostre  fornicazioni e dei nostri delitti; ad ogni costellazione  
legato un mito che mette in luce la malvagit o la stoltezza  degli
di(51).  E'  giunto il momento di liberarsi di  tali  mostruosit,
della  cacciata  (spaccio) delle bestie che  trionfano  nel  cielo:
prima  di tutto dal "cielo che intellettualmente  dentro di  noi",
quindi  da  "questo sensibile che corporalmente  si  presenta  agli
occhi" -(52).

p 47 .

     Una  volta ripuliti i cieli, noi stessi, le nostre stanze e  i
nostri  tetti,  bisogna riempire con la giustizia e  con  le  altre
virt  i luoghi lasciati vuoti dalle bestie cacciate(53): al  posto
dell'Orsa,  che con la stella polare  stata da guida agli  uomini,
andr la Verit.
     L'indulgenza verso quei teologi che negano la Verit al  volgo
non    trasferibile alla comunit dei sapienti: e sono questi  che
Bruno  mette  in guardia contro il risorgere delle superstizioni  e
dei  miti, sia quelli legati al cristianesimo, dei cattolici e  dei
protestanti, sia quelli originati dalla ripresa del tema  dell'"et
dell'oro"  in seguito alla scoperta dell'America e alla tendenza  a
vedere, nella vita primitiva dei popoli del nuovo mondo, un esempio
concreto proprio dell'et dell'oro.
     Nel  terzo  dialogo dello Spaccio  riportato un lungo  elogio
dell'et   dell'oro   pronunziato  dall'Ozio,   in   polemica   con
Sollecitudine: la premura e la fatica, il desiderio di  affermarsi,
hanno  riempito il mondo di vizi, sconosciuti quando uomini  e  di
vivevano  in pace, godendo dei frutti della natura, senza competere
gli  uni  con gli altri. Nelle parole di Ozio echeggiano quelle  di
Seneca  contro la corruzione e la degenerazione dei suoi tempi(54),
ma ancor pi uno spirito polemico nei confronti di Montaigne(55).
     
     p 48 .
     
     La  posizione di Giordano Bruno  nettissima: i buoi  e  molti
altri  animali,  miti per natura, non hanno vizi,  ma  non  possono
nemmeno  avere  virt;  cos  per gli uomini  della  presunta  et
dell'oro,  che  vivevano  in perfetta armonia  con  la  natura,  in
completa inattivit e passivit. Ma l'uomo  un animale diverso  da
tutti  gli altri:  dotato di mani e di intelletto. Grazie a questi
doni  divini  egli  non solo pu operare secondo natura,  ma  anche
oltre  la  natura e al di fuori delle sue leggi e, con l'ingegno  e
con  la  libert,  pu formare "altre nature,  altri  corsi,  altri
ordini"(56).
     L'uomo  artefice della civilt, fa vivere il mondo agendo  su
di  esso e trasformandolo: una terra oziosa, come quella immaginata
nell'et  dell'oro, sarebbe estremamente frustrante  e  vana,  come
inutile  la mano che non ha nulla da afferrare e l'occhio che  non
ha nulla da vedere(57).
     Bruno   convinto che nella natura dell'uomo ci sia la facolt
di uscire dalla natura, elevarsi sopra gli animali e le cose, farsi
dio  di  questa Terra. L'eterno ripetersi delle cose, il fatto  che
tutto  sia  gi stato compiuto su questo o su altri degli  infiniti
mondi  dell'universo, non impedisce a ciascuno  di  noi,  individui
finiti,  di  essere  liberi di modificare  e  dominare  la  natura:
volont  e  necessit coincidono solo in Dio;  questo  pu  capirlo
colui che raggiunge la sapienza.
     
La conoscenza come eroico furore.

Il cielo da liberare dai vizi, come abbiamo visto,  prima di tutto
quello  che si trova "intellettualmente dentro di noi",  perch  il
divino, presente in tutto l'universo,  anche in noi: farsi dio  di
questa Terra significa per l'uomo scoprire il divino che ha in  s.
Questa  scoperta,  per, non  n immediata n facile,  ma  implica
ricerca e azione. La via per questa ricerca  indicata da Bruno nei
dialoghi  De  gli  eroici furori, scritti nel 1585,  e  pu  essere
illustrata con il mito di Atteone, che  evocato dallo stesso Bruno
all'inizio del quarto dialogo della prima parte:
              
              Alle selve i mastini e i veltri slaccia
         il giovane Atteon, quand'il destino
         gli drizz'il dubio ed incauto camino,
         di boscherecce fiere appo la caccia.
              Ecco tra l'acqui il pi bel busto e faccia,
         che veder poss'il mortal e divino,
         in ostro ed alabastro ed oro fino
         vedde; e 'l gran cacciator dovenne caccia.
              Il cervio ch'a' pi folti
         luoghi drizzav'i passi pi leggieri,
         rotto vorro i suoi gran cani e molti.
              I' allargo i miei pensieri
         ad alta preda, ed essi a me rivolti
         morte mi dan con morsi crudi e fieri(58).
              
     p 49 .
     
     Bruno  spiega  quindi, parola per parola, questo suo  sonetto:
Atteone  rappresenta l'intelletto dedito alla caccia  della  divina
sapienza; i mastini e i veltri sono le operazioni dell'intelletto e
quelle  della  volont; le selve sono luoghi solitari, attraversati
da  pochissime persone, dove non  traccia o quasi di  orma  umana;
Atteone  giovane, cio poco esperto; il cammino  dubbio, cio  la
via  da  seguire    incerta e ambigua; le fiere sulle  cui  tracce
lancia  i  cani rappresentano "le specie intelligibili de' concetti
ideali",  che  sono  nascoste,  ricercate  da  pochi  e  viste   da
pochissimi;  le  acque  simboleggiano  lo  specchio  nel  quale  si
riflettono la bont e lo splendore divino; il corpo di Diana    il
massimo   della  potenza  divina  che  l'uomo  possa   contemplare,
attraverso  l'uso dell'intelletto; i colori del corpo rappresentano
la  sapienza  divina  (il  rosso, ostro), la  bellezza  divina  (il
bianco, alabastro) e la sapienza divina (l'oro).
     Nel  mito  di Atteone sono evidenti le influenze platoniche  e
neoplatoniche:  l'intelletto  umano    irresistibilmente  attratto
dalla  natura  divina, ma solo pochissimi riescono a percorrere  la
via  che  porta  allo specchio d'acqua, dove, come nel  mito  della
caverna(59),  si  riflette la realt nella sua  interezza.  Ma  una
volta  contemplati i "concetti ideali", per Bruno avviene una sorta
di  miracolo: il cacciatore diventa preda. L'intelletto, dopo  aver
cercato  l'intelligibile, fuori di s, nascosto nella  natura,  una
volta  trovatolo, si vede convertito in ci che cercava  e  diventa
oggetto  del  desiderio  dei  propri pensieri,  perch,  avendo  la
divinit in s, non  pi necessario cercarla fuori di s.
     L'amore  che guida l'intelletto nella ricerca della  verit  
definito  da  Bruno  eroico  furore:  innanzitutto  "furore",  cio
entusiasmo  senza  limiti, che fa dimenticare  se  stessi,  non  fa
sentire  la  fatica o il dolore, come quello che anima  i  cani  da
caccia  all'inseguimento di una preda; quindi "eroico", perch  chi
lo  segue  disposto a rinunciare alla propria stessa vita: sapendo
per  che  la  rinuncia  a se stesso non  la  fine  ma  l'ingresso
nell'eternit,  la  scoperta della propria divinit(60).  Come  gli
di,  che  per  amore delle "cose inferiori" non  hanno  esitato  a
trasformarsi  in  bestie,  cos  il  filosofo,  spinto  dall'eroico
furore, una volta concepita la bont e la bellezza divina,  con  le
"ali dell'intelletto"
     
     p 50 .
     
     e  della  "volont intellettiva" pu trasformarsi in dio:  "Da
suggetto pi vil dovegno [divengo] un dio, Mi cangio in dio da cosa
inferiore"(61).
     
Giordano Bruno e Anassagora.

La  storiografia filosofica ha discusso a lungo se collocare  Bruno
nell'ambito della filosofia umanistica e rinascimentale oppure  fra
gli  artefici  della  Rivoluzione scientifica.  L'operazione,  come
tutte  quelle di questo tipo,  estremamente difficile e lo diventa
ancora  di  pi  nel caso di un pensatore originale  come  Giordano
Bruno.
     D'altro canto affermare, come riteniamo sia giusto, che egli 
il    rappresentante   di   un'epoca   di   transizione   significa
semplicemente ribadire una caratteristica comune a tutti  i  grandi
filosofi.Dopo  la  formulazione di un pensiero  originale  le  cose
necessariamente  non  restano pi le stesse. Oppure,  se  vogliamo,
l'elaborazione  di nuove formulazioni filosofiche  possibile  solo
in  presenza  di  possibilit  di  cambiamenti  generali  in  campo
culturale e sociale.
     C'  un periodo nella storia greca in cui si prepara un grande
cambiamento: questo coincide con l'arrivo della filosofia ad  Atene
ad opera di Anassagora.
     Anassagora, come Giordano Bruno,  convinto della necessit di
saldare  la  frattura  tra  cielo e  Terra:  tutti  gli  enti  sono
costituiti della stessa sostanza, tutto  governato dalla stessa  e
unica  Mente  (Nos), ciascuna cosa  in tutte  le  cose(62).  Come
Bruno,  Anassagora  sostiene l'esistenza di  altri  mondi,  in  cui
esistono uomini come noi, con citt come le nostre, con un Sole che
illumina  le  loro  giornate  e una  Luna  che  rischiara  le  loro
notti(63).  E, ancora come Bruno, Anassagora individua  nelle  mani
l'elemento che differenzia l'uomo dagli altri esseri: "L'uomo   il
pi sapiente dei viventi perch ha le mani"(64).
     Anassagora  rappresenta una sorta di ponte  tra  la  filosofia
arcaica,  dominata dall'eleatismo, e le grandi rivoluzioni  che  si
compiranno  ad  Atene,  quella  dei  sofisti  e  quella  socratico-
platonica.  Anche il pensiero di Giordano Bruno  un ponte  tra  il
pensiero   antico  che  rivive  nell'Umanesimo  e  la   Rivoluzione
scientifica.
     
Giordano Bruno e la magia.

Durante  il  suo  peregrinare per l'Europa,  Bruno    preceduto  e
accompagnato dalla fama di mago. La sua straordinaria  capacit  di
usare  le tecniche mnemoniche e la sua passione per lo studio della
natura e delle forze, anche occulte, che operano in essa gli  hanno
procurato questa fama.
     Sebbene  accenni  alla  magia si trovino  anche  nei  dialoghi
italiani,  egli dedica a questo argomento alcuni scritti specifici,
in latino. Si tratta di
     
     p 51 .
     
     opere    redatte   negli   anni   immediatamente    precedenti
all'arresto, avvenuto a Venezia nel 1592.
     Nel  De monade, numero et figura, pubblicato a Francoforte nel
1590,   Bruno  si  lamenta  per  l'estinzione  della  "magia  degli
antichi",  che  era  cosa  ben diversa  dagli  orridi  rituali  dei
negromanti;  nel De minimo, anch'esso pubblicato in Germania  nello
stesso  anno, trovano spazio le tradizioni cabalistiche e  magiche.
Ma  l'arresto imped a Bruno di pubblicare gli scritti direttamente
dedicati alla magia, e che hanno visto la luce solo tre secoli  pi
tardi,  nei  volumi delle Opere latine, curate da F.  Tocco  ed  E.
Vitelli,   alla   fine  dell'Ottocento,  nell'ambito  dell'edizione
nazionale delle opere di Giordano Bruno.
     
Giordano Bruno e l'Europa del Cinquecento.
     
Lo  spirito  della  filologia, come abbiamo visto,  a  partire  dal
quindicesimo secolo, attraversa l'Europa e alimenta l'amore per  il
mondo  classico: un amore che non  fatto di pedissequa  osservanza
di  concetti  e  norme  morti  e  fossilizzati,  ma  che  considera
piuttosto, come ogni amore vero, il proprio oggetto vivo, capace di
rispondere alle sue richieste, cos come si conviene a un  rapporto
tra due amanti. E una cosa essenziale, in un rapporto d'amore,  la
capacit di dire no.
     Eppure l'Europa del Cinquecento  ancora piena di pedanti,  di
intellettuali  capaci  solo  di  seguire  passivamente  una  strada
ritenuta certa e sicura, perch gi percorsa da molti altri che  vi
hanno  lasciato  impresse chiare e profonde  orme  da  ripercorrere
passo dopo passo.
     Giordano Bruno  convinto, invece, che il cammino del filosofo
sia estremamente incerto, perch si snoda in una selva non battuta.
La prima cosa da fare, quindi,  abbandonare le strade certe e dire
no  a tutte le "verit" che ne costituiscono le pietre miliari: non
  vero che la Terra sia al centro dell'universo, immobile;  non  
vero che l'universo sia finito; non  vero che il cielo sia isolato
dalla  Terra; non  vero che Dio sia isolato dal mondo; non   vero
che l'uomo non possa raggiungere da solo il pensiero divino(65).
     E'  questo  lo  spirito che Bruno porta in Europa,  dopo  aver
abbandonato  l'Italia  e l'abito di frate domenicano  e  dopo  aver
conosciuto  a Ginevra l'intolleranza dei calvinisti. E  ovunque  si
rechi,  alla  corte di Enrico terzo a Parigi, ad Oxford,  a  Londra
presso  la  regina  Elisabetta prima,  in  Germania  a  Wittemberg,
capitale  del  luteranesimo, a Venezia, egli  si  oppone  a  quanti
detengono  il  potere accademico, ai dtti ignoranti e presuntuosi,
asini  e lucertole(66). Ma il fatto che il filosofo nolano si muova
per le Universit e le corti d'Europa, cimentandosi in dibattiti  e
contraddittori con dottori e accademici,  la prova che nuovi spazi
si   sono  aperti  nella  cultura  europea:  egli    un  pensatore
originale,  ma  non  un isolato, conta ammiratori e  discepoli;  i
suoi  interventi si inseriscono in un processo di rinnovamento  del
sapere  ormai inarrestabile che costringe al confronto  filosofi  e
matematici, astronomi e teologi.
     
     p 52 .
     
     Se  da un lato la specializzazione del sapere e l'affermazione
delle   singole  scienze  sembrano  minare  l'unit   del   sapere,
dall'altro ripropongono invece proprio il problema di quella unit:
cos  le  scoperte  di un astronomo coinvolgono  immediatamente  il
filosofo  e il teologo. La Chiesa della Controriforma e  le  Chiese
riformate  dell'Europa centro-settentrionale e dell'Inghilterra  si
rendono  conto  che la difesa delle vecchie o delle nuove  dottrine
teologiche  pu passare solo attraverso il confronto con  le  nuove
forme  di  sapere. Questo confronto si concretizza molto spesso  in
processi,   condanne   e  roghi;  ma  non      possibile   ridurre
esclusivamente a questo aspetto l'attivit dei teologi.
     A  questo  proposito  si  possono  ricordare  due  personaggi,
direttamente legati alle vicende culturali e personali di  Giordano
Bruno:  Roberto  Bellarmino (1542-1621) e Andreas  Osiander  (1498-
1552).
     Esponente di spicco della Curia romana e dell'Inquisizione, il
cardinale  Bellarmino    l'artefice della condanna  di  moltissimi
eretici,  tra i quali spiccano le figure di scienziati  e  filosofi
quali  Copernico,  Campanella, Bruno e Galileo.  Strenuo  difensore
dell'ortodossia   cattolica,   che   includeva   al   suo   interno
l'accettazione dell'aristotelismo e del geocentrismo, egli  capisce
che  non  si pu bloccare la ricerca scientifica, ed  disposto  ad
ammettere  che  si  possano formulare ipotesi  anche  contrarie  al
sapere  codificato  e  riconosciuto dalla  Chiesa:  purch  non  si
pretenda di trasformare le ipotesi in descrizioni della realt;  se
per  facilitare i calcoli degli astronomi pu essere utile supporre
il  Sole al centro dell'universo lo si faccia, ma non si dimentichi
che  la  verit   un'altra e che l'autorit della  Chiesa  non  si
discute. K. R. Popper, il grande filosofo della scienza del  nostro
secolo, definisce questa posizione strumentalismo(67).
     Analoga  posizione    quella che  aveva  assunto  il  teologo
luterano  Andreas  Osiander, autore di una  premessa  ("Al  lettore
sulle  ipotesi di questa opera") al De rivolutionibus di Copernico,
stampata  anonima sul verso del frontespizio della  prima  edizione
(Norimberga, 1543). La preoccupazione di Osiander, che    convinto
che  quelle copernicane siano solo ipotesi,  quella di rendere  il
lavoro  dell'astronomo polacco accettabile anche a quegli  ambienti
ecclesiastici,    prima   di   tutto   luterani,    che    vedevano
l'eliocentrismo in netto contrasto con le Sacre Scritture. Osiander
aveva informato lo stesso Copernico di questa sua preoccupazione  e
gli  aveva  proposto di presentare la teoria come  ipotesi;  ma  la
risposta dell'astronomo fu negativa(68). Osiander allora si assunse
la  responsabilit, anche se ne rifiut pubblicamente la paternit,
di   pubblicare   la   sua   avvertenza  al   lettore,   nonostante
l'opposizione di Copernico(69).
     
     p 53 .
     
     Ai  filosofi  della scienza dei nostri giorni le posizioni  di
Osiander   e   Bellarmino  appaiono  estremamente  interessanti   e
"moderne":   infatti una conquista della scienza contemporanea  il
procedere  per  ipotesi  sostituibili in ogni  momento  qualora  si
dimostrino  false. Ben diversa  la condizione di Bruno e,  qualche
anno  pi  tardi,  di  Galileo:  per  loro,  sulla  scorta  di  una
tradizione secolare alla quale restano legati, il relativismo   un
atteggiamento   sofistico,  da  rigettare   interamente   e   senza
compromessi; compito del filosofo  ricercare la Verit: conoscere,
cio,   per   quanto  possibile,  la  realt  e  la  sua  struttura
immutabile.
     Cos  Bruno,  quando  si  trova di fronte  alla  posizione  di
Osiander,    drastico  nel  giudizio:  si  tratta  di  un   "asino
presuntuoso"(70)  che  tradisce l'autore alla  cui  opera  vorrebbe
introdurre il lettore.
     Con  Bellarmino  lo scontro  anche personale,  visto  che  il
cardinale   il maggiore esponente del Tribunale che giudica  Bruno
per  il  reato di eresia: a Bruno, Bellarmino chiede  non  solo  di
rinnegare  l'eliocentrismo,  ma  l'estensione  del  copernicanesimo
all'intera  filosofia  e alla religione. L'eroico  furore,  l'amore
irrefrenabile   per  la  Verit,  portano,  come   abbiamo   visto,
all'accettazione  della  morte,  che  diventa   nulla   di   fronte
all'eternit di cui il sapiente sente di far parte.
     Bruno  rifiut  di  abiurare  la  "nolana  filosofia"   e   fu
condannato come eretico impenitente. Al momento della lettura della
sentenza  afferm:  "Avete  forse pi paura  voi  a  emanar  questa
sentenza  che non io nel riceverla". Fu bruciato vivo in Campo  dei
Fiori a Roma, il 17 febbraio 1600.
